Il surplus tedesco mette a rischio la crescita europea

9 Ottobre 2017

CsC Confindustria. Vale l'8,1% del Pil.

Il Sole 24 OreIn Germania il surplus dei conti con l'estero ha raggiunto livelli record e vale ormai l'8,1% del Pil nella media degli ultimi tre anni, di molto superiore al tetto del 6° fissato dalla Commissione europea. È un dato che rischia di mette a repentaglio la sostenibilità della crescita europea e danneggia gli stessi tedeschi. Lo rileva una nota del Centro Studi di Confindustria, sottolineando che «una maggiore domanda interna europea» andrebbe a vantaggio non solo di tutti i paesi dell'Unione, ma delle stesse famiglie tedesche, in termini di maggiore crescita del reddito e maggiore valore dei risparmi.

Secondo il CsC surplus così elevati hanno penalizzato consumatori e risparmiatori in Germania attraverso almeno due canali. Da un lato «i guadagni di competitività tedeschi, ottenuti grazie a forti aumenti di produttività cui non sono corrisposti analoghi incrementi salariali, hanno sfavorito i consumi delle famiglie, e questo ha scoraggiato anche gli investimenti e mantenuto debole la domanda interna rispetto alla produzione, causando un eccesso di risparmio che è il rovescio della medaglia del surplus nei conti con l'estero». Dall'altro, rileva sempre il centro studi di Confindustria «l'eccesso di risparmio si trasferisce inevitabilmente all'estero, creando accumulazione di crediti verso i paesi in deficit, che a lungo andare diventano insostenibili e generano crisi, le quali conducono a svalutare la ricchezza accumulata sull'estero».

L'ultima di queste crisiè stata quella dei debiti sovrani nell'area euro: il rientro da questa emergenza è stato possibile solo attraverso la deflazione e la caduta della domanda interna dei paesi periferici. «Il surplus commerciale tedesco nei confronti degli altri paesi dell'area euro - si legge nella nota del CsC - è diminuito attraverso minori esportazioni e importazioni» e a sua volta la riduzione delle importazioni tedesche ha contribuito alla debolezza della domanda interna di tutta l'area euro, accentuando una spirale negativa per investimenti e pil.

In sintesi i salari sono cresciuti meno di quanto sarebbero potuti crescere in seguito ai guadagni di produttività, sfavorendo i consumi delle famiglie. Secondo il centro studi di Confindustria la fase è «delicata e richiede un rinnovato sforzo congiunto e simmetrico di riequilibrio sostenibile dei fondamentali economici dell'Europa».

Per CsC se è vero che «i paesi periferici devono continuare a farei compiti a casa, proseguendo lungo la strada delle riforme strutturali», è anche vero che gli sforzi potrebbero essere vani «in assenza di una decisa politica tedesca di rafforzamento dei salari e dei consumi, con un forte stimolo alla domanda interna e una maggiore inflazione, anche con misure espansive di bilancio». Ciò consentirebbe un aggiustamento lungo più direzioni: maggiori importazioni ed esportazioni tedesche e dei paesi periferici, una maggiore domanda interna europea, un riallineamento della competitività di prezzo senza spinte deflazionistiche.

di R.I.T.

 

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